Roberto Bracco (1861-1943) visse in una Napoli (quella a cavallo tra i due secoli) animata da significativi fermenti culturali grazie alla contemporanea presenza di autori, intellettuali e giornalisti che sollecitarono la nascita di quotidiani, riviste letterarie, case editrici, correnti artistiche e filosofiche di tale intensità da dare alla città un prestigio internazionale raramente raggiunto in precedenza.

Bracco assorbì questa estrema effervescenza e da autodidatta si improvvisò giornalista, narratore, poeta, prima di trovare la sua naturale vocazione nel teatro. I suoi lavori furono tradotti in numerose lingue e rappresentati in tutta Europa e nelle due Americhe. L’ostracismo del Fascismo che impose anche il veto sulla proposta di assegnazione del Premio Nobel nel 1926, lo costrinse a un precoce silenzio artistico.

Per i temi trattati (la condizione femminile, i rapporti uomo-donna, l’impegno contro ogni forma di ingiustizia sociale, l’assurdità della guerra) ruppe sul piano dei contenuti con il vecchio e precedente teatro borghese. Ma anche nelle forme espressive, pur mantenendosi ancorato ad un cliché tradizionale, Bracco riuscì a infondere una modernità che specie nei drammi della piena maturità raggiunse punte di grande interesse.